Post diGiovanna Sala

Detesta parlare di sé, preferisce scrivere di un sacco di cose. Ama Pinterest, la musica inglese, i libri senza figure, viaggiare e trovare risposte su Google. Ogni tanto insegna editoria digitale.

A caccia di riviste per le vie di Parigi

Welcome to the Jungle magazine

A volte è affascinante perdersi in un Paese di cui si comprendono a malapena alcuni frammenti della lingua, e lasciar correre l’immaginazione di fronte alle cose che ci passano davanti.

Parigi, ad esempio, è costellata di Kiosque De Presse, edicole accoglienti, spesso numerose all’interno di una sola grande piazza, come Place de la Bastille, dove se ne avvicendano almeno tre, a poca distanza l’una dall’altra, sul lato Est. L’edicolante saluta, mentre scandaglio metodicamente le tante mensole (alcune fisicamente irraggiungibili) piene di riviste che spaziano dalla moda al giardinaggio, passando per il cinema. Ci sono copertine che catturano la mia attenzione ripetutamente, andando di edicola in edicola.

Una è quella di Society, quindicinale di attualità “libero e indipendente”, la cui testata graziata e importante troneggia sempre in bella vista. Esplorando un po’ di più tra gli scaffali, si scopre che periodicamente pubblicano anche delle monografie ed è proprio quella sul crimine, appena giunta al suo terzo volume, ad attirarmi. Non è un libro, ma è qualcosa di più di una rivista, e l’illustrazione monocromatica, insieme con la tipografia da comic book, si fa notare ripetutamente.

La Septieme Obsession

Il tema più diffuso tra le testate, tanto quanto la moda, è probabilmente il cinema, erede di una grande storia francese nel settore in cui brillano ancora i Cahiérs Du Cinema: ne recupero qualche numero risalente agli anni Novanta dopo una passeggiata tra i bouquinistes sulla Senna e i negozi di libri usati di Boulevard Saint-Michel dove, tra romanzi rosa e bestseller datati, ho anche modo di sfogliare una splendida collezione di National Geographic che spazia dagli anni Ottanta ai Duemila (di cui non manco di prendere un paio di esemplari). Tra le riviste contemporanee sul tema c’è La Septième Obsession, il bimestrale intitolato proprio alla settima arte: la copertina – nello specifico una foto di scena di Once Upon a Time in Hollywood di Tarantino – ha la capacità di invitare al suo interno il lettore, fondendosi abilmente con la tipografia del titolo principale, e sono le scelte dei caratteri a dare grande personalità agli articoli all’interno, con aperture che sanno di locandina.

Sugli scaffali è accompagnata da una pubblicazione monografica – quello che i francesi chiamano hors-série, fuori serie – la cui prima edizione è dedicata a Dario Argento, 132 pagine sul cinema del magicien de la peur. Entrambe invitano ad un pensiero critico e fuori dagli schemi nei confronti del cinema contemporaneo e fanno della rivista cartacea un prezioso prodotto di qualità, a partire dal design, ma passando anche per le copertine “da toccare” (con finitura soft touch) e la carta all’interno, patinata, ma non cheap.

Ad arricchire ulteriormente il mio bottino francese sono poi due riviste di cui inizialmente fatico a capire il contenuto mentre le sfoglio in un negozio sugli Champs Elysées: L’ADN e Welcome to the Jungle.

La prima è grande, come grandi sono i titoli e gli spazi bianchi che abitano le pagine, pur dense di contenuti. Scopro che parla di innovazione, ma non lo fa con il linguaggio classico del giornale di investimenti o quello ammiccante della rivista di tecnologia. Icone, semplici infografiche, sommarietti riassuntivi e filetti organizzano il contenuto rendendolo accessibile e accattivante anche ai non esperti, mentre la quasi totale assenza di pagine pubblicitarie e i risguardi elegantemente lasciati in blu e a pochi accenti grafici ne fanno quasi un libro (del resto, costa 15 Euro).

La “mano” grafica di L’ADN, lo studio francese Violaine et Jérémy, è la stessa di Welcome to the Jungle, che invece esplora il mondo del lavoro in modo originale (è questa la “giungla” a cui fa riferimento la testata). Trimestrale, privo di pubblicità, alle sue spalle c’è però un’agenzia con la mission di rendere la ricerca online di un posto di lavoro più piacevole e flessibile, all’interno del mercato francese (potremmo quindi definirlo un brand magazine).
Entrambe con una forte presenza online, queste riviste rappresentano per me un buon equilibrio tra strategia digitale e prodotto di qualità cartaceo, da collezionare.

The Modern Magazine 2018

Jeremy Leslie - ModMag 2018

L’1 Novembre a Londra si è svolta la sesta edizione di Mod Mag, la conferenza dedicata all’editoria periodica, a cura di MagCulture. Ecco i momenti più interessanti e i personaggi che, intervenuti sul palco, hanno saputo tenere il pubblico incollato alle sedie.

Il tema di questa edizione è “Reinvention”, cioè la capacità di reinventare un prodotto editoriale nel tempo o nella sua offerta diversificata.

Riviste, i fatti da ricordare del 2017

Quando la fine dell’anno si avvicina, si sa, è tempo di bilanci, di liste, di classifiche. Il 2017 è stato un anno in cui il mondo dell’informazione è stato messo, da un lato, a dura prova da fenomeni quali le fake news, dall’altro ha avuto un gran da fare nel rincorrere e raccontare eventi, specialmente a livello di politica internazionale, che ben ci ricorderemo anche nel corso dei prossimi anni. Questo ha sicuramente spinto anche creativamente molte redazioni e molte delle copertine viste quest’anno sono destinate ad essere ricordate (tra le mie preferite: New Yorker, C41, Time, Eye, Teen Vogue, e più o meno qualunque cosa fatta dal New York Times magazine).

 

Ma ecco in breve quelli che sono per la redazione di MGZN alcuni momenti e iniziative editoriali degne di nota di questo 2017:

 

  • Monocle ha rivisitato i periodici Mediterraneo ed Alpino che pubblicava qualche anno fa nei mesi estivi e invernali, lanciando ad agosto una Summer Weekly Edition e a dicembre la Winter, cioè settimanali formato newsprint, per accompagnare il suo target di utenti nei viaggi e nelle pause di vacanza;

  • Migrant Journal, l’apprezzato semestrale dedicato alle migrazioni nel senso più lato del termine, ha mostrato come usare gli inchiostri speciali (un colore diverso per ogni uscita) in modo non fine a se stesso – come spesso si vede in giro – bensì perfettamente integrato al tema e alle immagini pubblicate nel numero grazie a particolari profili colore;

  • Yes and No, nuovo trimestrale inglese, per le scelte grafiche di tendenza, a partire dal logo che su ogni copertina cambia forma e posizionamento;

  • Cereal, ridisegnato ad inizio anno, e Wired UK che da maggio presenta anch’esso una nuova grafica (ed è l’edizione di Wired attualmente sul mercato che preferisco – oh, nel frattempo quest’anno Scott Dadich ha lasciato il posto a Nicholas Thompson alla direzione di Wired USA);

  • ad aver cambiato è stato anche Creative Review: da aprile 2017 è diventato un bimestrale;

  • Anxy è il nuovo magazine indipendente finanziato con successo su Kickstarter (per ben due volte!) che più ho apprezzato quest’anno: a partire dal formato, passando per le scelte tipografiche e illustrative, fino all’argomento di cui si occupa: la salute mentale;

  • Athleta, invece, è il titolo italiano più interessante: fotografico e dallo spirito internazionale… ne sentirete presto parlare da queste parti :-);

  • rimanendo in Italia, non si può non segnalare l’ottimo lavoro di Francesco Franchi, approdato a La Repubblica e al suo inserto culturale della domenica, Robinson, e l’altrettanto ottimo lavoro di chi gli è succeduto alla direzione artistica di IL, Davide Mottes;

  • infine, la rivista che continua ad essere una grande ispirazione è l’allegato settimanale del New York Times. Oltre alle copertine e al design del magazine, è la sperimentazione continua che mi fa rimanere ogni volta a bocca aperta e nel 2017 è stato il numero interamente a fumetti – intitolato New York Stories ed uscito il 2 giugno – a conquistarmi.

Sopra a tutto, però, il 2017 a fatto tornare voglia, a questa redazione, di fare di nuovo riviste, perché, come ha scritto John L. Walters recensendo due premiazioni nel mondo editoriale inglese, siamo “idealistic set of people who are determined to make magazines and celebrate them” (idealisti determinati a fare e celebrare le riviste). Ma di questo parleremo nel 2018!

The Modern Magazine 2017

Come ogni autunno inglese che si rispetti, il 2 Novembre 2017 è tornata la conferenza The Modern Magazine dedicata al mondo delle riviste, non solo indipendenti. E’ ormai diventata un appuntamento fisso anche per me, e così ero lì, già al mattino presto, pronta a fare incetta di stimoli e idee.

La location non è più la Central Saint Martin, ma Conway Hall che sostituisce il fascino di una delle più rinomate scuole di grafica del mondo con un numero maggiore di posti a sedere, cosa che ha sicuramente permesso a tutti di trovare comodamente un biglietto per partecipare all’evento quest’anno.

Come sempre, tra gli ospiti previsti ci sono persone che non vedo l’ora di sentire parlare: quest’anno sono Anja Aronowsky Cronberg, Takahiro Kinoshita, Mirko Borsche, Nicholas Blechman. E, come ogni anno (o come da legge di Murphy), un volo mi impedirà di ascoltare l’ultimo dei miei favoriti…

Chattando con Louis Rossetto

Louis Rossetto and Wired first issue prototype

Wired was the crazy adventure“, così Louis Rossetto introduceva il progetto per cui è probabilmente più conosciuto al mondo – la rivista Wired, appunto – qualche sera fa, in una diretta streaming su Kickstarter. Tra qualche ora terminerà il countdown del progetto che lui ed Erik Spiekermann (noto font designer e grafico) hanno lanciato per finanziare la pubblicazione in tiratura limitata di “Change is good“, un romanzo scritto da Rossetto sulla rivoluzione digitale degli anni Novanta, realizzato e stampato in modo innovativo e sperimentale da Spiekermann (lo chiama “post-digital printing“, poiché unisce la qualità della tipografia digitale a quella della stampa letterpress, per la prima volta possibile stampando da computer).

E’ una storia, quella della rivoluzione digitale, che Rossetto conosce bene, l’ha vissuta in prima persona quando anch’egli calcava le strade di “SOMA” (South Of Market Street, a San Francisco) e, tra un rave party e un brainstorming, fondava la rivista Wired, che di quella stessa rivoluzione è stata protagonista e narratrice.

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