Riviste cartacee

The Modern Magazine 2017

Come ogni autunno inglese che si rispetti, il 2 Novembre 2017 è tornata la conferenza The Modern Magazine dedicata al mondo delle riviste, non solo indipendenti. E’ ormai diventata un appuntamento fisso anche per me, e così ero lì, già al mattino presto, pronta a fare incetta di stimoli e idee.

La location non è più la Central Saint Martin, ma Conway Hall che sostituisce il fascino di una delle più rinomate scuole di grafica del mondo con un numero maggiore di posti a sedere, cosa che ha sicuramente permesso a tutti di trovare comodamente un biglietto per partecipare all’evento quest’anno.

Come sempre, tra gli ospiti previsti ci sono persone che non vedo l’ora di sentire parlare: quest’anno sono Anja Aronowsky Cronberg, Takahiro Kinoshita, Mirko Borsche, Nicholas Blechman. E, come ogni anno (o come da legge di Murphy), un volo mi impedirà di ascoltare l’ultimo dei miei favoriti…

Chattando con Louis Rossetto

Louis Rossetto and Wired first issue prototype

Wired was the crazy adventure“, così Louis Rossetto introduceva il progetto per cui è probabilmente più conosciuto al mondo – la rivista Wired, appunto – qualche sera fa, in una diretta streaming su Kickstarter. Tra qualche ora terminerà il countdown del progetto che lui ed Erik Spiekermann (noto font designer e grafico) hanno lanciato per finanziare la pubblicazione in tiratura limitata di “Change is good“, un romanzo scritto da Rossetto sulla rivoluzione digitale degli anni Novanta, realizzato e stampato in modo innovativo e sperimentale da Spiekermann (lo chiama “post-digital printing“, poiché unisce la qualità della tipografia digitale a quella della stampa letterpress, per la prima volta possibile stampando da computer).

E’ una storia, quella della rivoluzione digitale, che Rossetto conosce bene, l’ha vissuta in prima persona quando anch’egli calcava le strade di “SOMA” (South Of Market Street, a San Francisco) e, tra un rave party e un brainstorming, fondava la rivista Wired, che di quella stessa rivoluzione è stata protagonista e narratrice.

Arriva Monocle, The Summer Weekly Edition

Già disponibile (ma non doveva uscire domani?) il primo numero di Monocle – The Summer Weekly Edition, nuovo prodotto del prestigioso universo creato da Tyler Brûlé che ne firma l’editoriale di apertura raccontandone la genesi. La forma è quella di un quotidiano, ma è un settimanale, è diviso in tre sezioni: quella principale (gialla), la seconda su arte, cultura, media, architettura, design e sport (arancione) e la terza che si dedica alla moda, viaggi, food & drink (azzurra). La signorina alla cassa della Mondadori in Piazza Duomo a Milano non capiva se era “un solo giornale o se erano tre”… poi l’abbiamo convinta che era uno solo, e ha battuto il suo costo – 5 euro – indicandola come “rivista italiana” (era un altro suo dubbio: estera o italiana? La ragazza non era molto esperta). Ma, senza saperlo, lei aveva ragione, perché di fatto la produzione stampata di questo settimanale è fatta in Italia a Bolzano da Athesia, che proprio nell’editoriale viene definito a ragione uno dei più importanti stampatori in Europa e per quello che riguarda i contenuti italiani gode del supporto de La Repubblica; di fatto, però, il progetto nasce a Zurigo e lo sviluppo editoriale a Londra.

Lo stile, inconfondibile, è quello di Monocle: dalla grafica, al tono di voce, al taglio degli argomenti, alla pubblicità. E’ curato, piacevole, cosmopolita. Non serve dirlo, bastava il marchio, ma è sempre bello ritrovare conferme. Si troverà, immaginiamo, nelle edicole e librerie principali, quelle dove le riviste sono ancora di casa.

Il caso Vogue. Quando le riviste muoiono, la colpa di chi è?

Vogue_chiudono_testate_italia_conseguenze

L’annuncio di qualche giorno fa parla della chiusura di tutte le testate italiane della galassia Vogue, ad esclusione della capostipite, quel “Vogue” che è stata per decenni la creatura di Franca Sozzani e che è rimasta al vertice fino alla (sua) fine e ora passata ad Emanuele Farneti (qualche settimana fa, il primo “capitolo” di questa storia, nelle edicole italiane, ne abbiamo parlato qui). Condé Nast, che col suo Stato Maggiore troneggiava sorridente ed ottimista sulla copertina di Prima Comunicazione del mese di Aprile: Fedele Usai, nuovo AD che entrerà in carica però solo il 1° settembre, insieme al “sostituito” Giampaolo Grandi che rimane però nella posizione di Presidente del Gruppo editoriale e tra loro Jonathan Newhouse, CEO e Chairman di Condé Nast International), diceva che

oggi fare gli editori significa sperimentare nuovi contenuti di qualità, su carta e digitale

Per certi versi, questa frase doveva suonare come un campanello di allarme… più che un segno di ottimismo. Sperimentare, di fatto, vuol dire anche e soprattutto “cambiare”, quindi sia aprire che chiudere le strade. Per ora, quello che si è visto, è la chiusura, e a dirla tutta non sembra poi così un percorso “innovativo”.

Vogue Italia, trent’anni dopo

Vogue Italia

Ed infine è arrivato, trent’anni dopo, il nuovo Vogue Italia, quello firmato da Emanuele Farneti e “disegnato” da Giuseppe Bianchi, anche se in anticipo rispetto alle previsioni che puntavano ad una uscita in edicola nell’autunno.

Uno stile che guarda al passato, alla prima era Sozzani: nel formato, in uno stile grafico e tipografico, nella fotografia (guarda caso, Meisel che è rimasto il filtro di “tutte” le ere Sozzani… ), e che ripropone le ombre come elementi di grafica per simulare fogli, foglietti e pagine appoggiati su tavoli e piani immateriali. Sarà finito il periodo del flat design?

Da un lato si dice nell’editoriale intitolato “Il Nuovo Vogue Italia”:

“… cambia la grafica: poche immagini, ma rilevanti (perché un magazine sceglie e seleziona e ordina, diversamente dai social media e accumulano, e infatti gli sono complementari, non alternativi”

Ma poi, in alcune pagine (forse le migliori) il gioco grafico fa invece uso di tante immagini quasi a creare, sulla carta, sequenze in movimento o “non scelta”. Ma sono, sicuramente, licenze poetiche, eccezioni che confermano la visione generale. Si parla di pagine che diventano colorate perché “pensiamo che oggi ci sia più bisogno di gioia e bellezza, che di rigore e freddezza”, e i colori più “sgargianti” (ad esclusione di pagine di pubblicità come quelle di Gucci proprio all’inizio del numero) sono il giallino, il tortora slavato, il rosino annacquato.

La carta, lucida e spessorata, viene definita preziosa, ma forse non riesce a trasmettere virtuosismo, forse più altezzosità, ma d’altra parte Vogue è Vogue…

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