agosto 2017

8000 copertine (diverse): novità al sapore di Nutella (e con tante bollicine)

La notizia è: il numero 94 di Eye Magazine, la rivista culto della grafica (qui l’intervento di John L. Walters, editor in chief di Eye, a MGZN2017) è una grande occasione per unire tanti punti sulle intersezioni tra creatività, tecnologia, integrazione tra stampa “tradizionale” e “digitale”. L’argomento, che in questi giorni ha fatto notizia, è che la copertina di questo numero è stata stampata con una modalità split run “agli steroidi”: non due, tre, 8 copertine diverse da scegliere ma 8…mila.

La scelta ha portato ad applicare una delle più chiacchierate soluzioni tecniche adottate dal mondo del packaging in questi ultimi anni: da Coca Cola che ha fatto ormai di questa “hyper personalizzazione” una strategia di marketing fortissima producendo milioni di versioni “uniche” delle proprie bottiglie; Heineken, oppure Nutella che proprio questa primavera è uscita con 7 milioni di etichette, una diversa dall’altra. Alla base di tutto questo c’è una delle più “tradizionali” soluzioni offerte dalla stampa digitale, ovvero la gestione del dato variabile. Il problema è che quasi mai questa opzione va molto al di là del semplice “stampa unione” che si può fare anche con Microsoft Word per mandare la stessa lettera personalizzando il nome e l’indirizzo… Si tratta di variare non dei testi, ma delle immagini, della grafica. Essenzialmente, fare tante versioni grafiche porterebbe ad un grande impegno, e sembrerebbe impossibile poter fare migliaia (o, nel caso delle grandi aziende, milioni) di versioni dello stesso design. In realtà, nata proprio per il packaging, da anni si usa una tecnologia software chiamata Mosaic, sviluppata e brevettata da HP all’interno del suo pacchetto di gestione software HP SmartStream Designer che gestisce le stampanti digitali Hp Indigo. Si parte dalla creazione di uno o più pattern che poi Mosaic scompone in elementi singoli usando speciali algoritmi proprietari. Di fatto, si possono ottenere tutte le variabili che si desiderano, in cui ogni singolo soggetto è unico e irripetibile.

Designed in California

California: designing freedom

E’ raro che a catturare l’attenzione e a destare l’entusiasmo dei giovani designer siano il rigore grafico o la perfezione tipografica. Anche chi rimane affascinato dalla “pulizia” di una “classica rivista indipendente” (Cereal, tanto per fare un nome “a caso”), in realtà apprezza qualcosa che è tutt’altro che la norma o la tradizione (l’enfasi sul contenuto fotografico, lo spazio bianco). E’, infatti, la rottura, l’insolito, il coraggio e l’espressività di scelte grafiche insolite e fuori dagli schemi a coinvolgere i più e ad attirarli addirittura verso la professione nel campo del design.

Così è andata anche per me, anni fa. Quando per la prima volta mi è stato mostrato l’altro lato dell’editoria, a me che fino ad allora ero stata “solo parole”, sono state le intricate composizioni tipografiche di David Carson ad affascinarmi e a lasciare un segno indelebile nella mia memoria, mostrandomi come l’interpretazione letterale di un testo in forma visiva non fosse la sola strada percorribile. 

Arriva Monocle, The Summer Weekly Edition

Già disponibile (ma non doveva uscire domani?) il primo numero di Monocle – The Summer Weekly Edition, nuovo prodotto del prestigioso universo creato da Tyler Brûlé che ne firma l’editoriale di apertura raccontandone la genesi. La forma è quella di un quotidiano, ma è un settimanale, è diviso in tre sezioni: quella principale (gialla), la seconda su arte, cultura, media, architettura, design e sport (arancione) e la terza che si dedica alla moda, viaggi, food & drink (azzurra). La signorina alla cassa della Mondadori in Piazza Duomo a Milano non capiva se era “un solo giornale o se erano tre”… poi l’abbiamo convinta che era uno solo, e ha battuto il suo costo – 5 euro – indicandola come “rivista italiana” (era un altro suo dubbio: estera o italiana? La ragazza non era molto esperta). Ma, senza saperlo, lei aveva ragione, perché di fatto la produzione stampata di questo settimanale è fatta in Italia a Bolzano da Athesia, che proprio nell’editoriale viene definito a ragione uno dei più importanti stampatori in Europa e per quello che riguarda i contenuti italiani gode del supporto de La Repubblica; di fatto, però, il progetto nasce a Zurigo e lo sviluppo editoriale a Londra.

Lo stile, inconfondibile, è quello di Monocle: dalla grafica, al tono di voce, al taglio degli argomenti, alla pubblicità. E’ curato, piacevole, cosmopolita. Non serve dirlo, bastava il marchio, ma è sempre bello ritrovare conferme. Si troverà, immaginiamo, nelle edicole e librerie principali, quelle dove le riviste sono ancora di casa.

Il caso Vogue. Quando le riviste muoiono, la colpa di chi è?

Vogue_chiudono_testate_italia_conseguenze

L’annuncio di qualche giorno fa parla della chiusura di tutte le testate italiane della galassia Vogue, ad esclusione della capostipite, quel “Vogue” che è stata per decenni la creatura di Franca Sozzani e che è rimasta al vertice fino alla (sua) fine e ora passata ad Emanuele Farneti (qualche settimana fa, il primo “capitolo” di questa storia, nelle edicole italiane, ne abbiamo parlato qui). Condé Nast, che col suo Stato Maggiore troneggiava sorridente ed ottimista sulla copertina di Prima Comunicazione del mese di Aprile: Fedele Usai, nuovo AD che entrerà in carica però solo il 1° settembre, insieme al “sostituito” Giampaolo Grandi che rimane però nella posizione di Presidente del Gruppo editoriale e tra loro Jonathan Newhouse, CEO e Chairman di Condé Nast International), diceva che

oggi fare gli editori significa sperimentare nuovi contenuti di qualità, su carta e digitale

Per certi versi, questa frase doveva suonare come un campanello di allarme… più che un segno di ottimismo. Sperimentare, di fatto, vuol dire anche e soprattutto “cambiare”, quindi sia aprire che chiudere le strade. Per ora, quello che si è visto, è la chiusura, e a dirla tutta non sembra poi così un percorso “innovativo”.

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