Riviste cartacee

Il caso Vogue. Quando le riviste muoiono, la colpa di chi è?

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L’annuncio di qualche giorno fa parla della chiusura di tutte le testate italiane della galassia Vogue, ad esclusione della capostipite, quel “Vogue” che è stata per decenni la creatura di Franca Sozzani e che è rimasta al vertice fino alla (sua) fine e ora passata ad Emanuele Farneti (qualche settimana fa, il primo “capitolo” di questa storia, nelle edicole italiane, ne abbiamo parlato qui). Condé Nast, che col suo Stato Maggiore troneggiava sorridente ed ottimista sulla copertina di Prima Comunicazione del mese di Aprile: Fedele Usai, nuovo AD che entrerà in carica però solo il 1° settembre, insieme al “sostituito” Giampaolo Grandi che rimane però nella posizione di Presidente del Gruppo editoriale e tra loro Jonathan Newhouse, CEO e Chairman di Condé Nast International), diceva che

oggi fare gli editori significa sperimentare nuovi contenuti di qualità, su carta e digitale

Per certi versi, questa frase doveva suonare come un campanello di allarme… più che un segno di ottimismo. Sperimentare, di fatto, vuol dire anche e soprattutto “cambiare”, quindi sia aprire che chiudere le strade. Per ora, quello che si è visto, è la chiusura, e a dirla tutta non sembra poi così un percorso “innovativo”.

Vogue Italia, trent’anni dopo

Vogue Italia

Ed infine è arrivato, trent’anni dopo, il nuovo Vogue Italia, quello firmato da Emanuele Farneti e “disegnato” da Giuseppe Bianchi, anche se in anticipo rispetto alle previsioni che puntavano ad una uscita in edicola nell’autunno.

Uno stile che guarda al passato, alla prima era Sozzani: nel formato, in uno stile grafico e tipografico, nella fotografia (guarda caso, Meisel che è rimasto il filtro di “tutte” le ere Sozzani… ), e che ripropone le ombre come elementi di grafica per simulare fogli, foglietti e pagine appoggiati su tavoli e piani immateriali. Sarà finito il periodo del flat design?

Da un lato si dice nell’editoriale intitolato “Il Nuovo Vogue Italia”:

“… cambia la grafica: poche immagini, ma rilevanti (perché un magazine sceglie e seleziona e ordina, diversamente dai social media e accumulano, e infatti gli sono complementari, non alternativi”

Ma poi, in alcune pagine (forse le migliori) il gioco grafico fa invece uso di tante immagini quasi a creare, sulla carta, sequenze in movimento o “non scelta”. Ma sono, sicuramente, licenze poetiche, eccezioni che confermano la visione generale. Si parla di pagine che diventano colorate perché “pensiamo che oggi ci sia più bisogno di gioia e bellezza, che di rigore e freddezza”, e i colori più “sgargianti” (ad esclusione di pagine di pubblicità come quelle di Gucci proprio all’inizio del numero) sono il giallino, il tortora slavato, il rosino annacquato.

La carta, lucida e spessorata, viene definita preziosa, ma forse non riesce a trasmettere virtuosismo, forse più altezzosità, ma d’altra parte Vogue è Vogue…

Athleta: fotografia di sport per una rivista indie tutta italiana

Athleta

Abbiamo tra le mani il primo numero di Athleta Magazine, rivista creata dallo Studio Rise Up di Giovanni Gallio, fotografo veronese specializzato nello sport. Un progetto che propone un viaggio di immagini, forti e intense (solo alcune firmate da Gallio e dalla picture editor della rivista, Sara Capovilla), e testi che raccontano storie di un viaggio che non non è fatto certo solo di muscoli e sudore: c’è la filosofia della sfida, della competizione, ma anche un approccio alla vita e al suo senso più profondo.

E’ bello vedere che anche in Italia possano svilupparsi progetti così, quelli di un’editoria indipendente che vediamo troppo spesso nascere solo all’estero. La grafica, firmata da Alessandra Pavan, strizza positivamente l’occhio allo stile più tradizionale dell’editoria indie, ed è quasi una novità, in questo periodo in cui invece l’estremizzazione del segno, della tipografia eccessivamente marcata, dei gigantismi dei titoli e dei sommari sono diventati la “normalità”, anche se al tempo stesso il corpo del testo di Athleta causa un po’ di fatica, ai lettori un po’ meno giovani e che però non si sentono abbastanza vecchi per usare costantemente gli occhiali da presbiti (un punto in più di corpo? promettiamo l’acquisto del secondo numero se viene accettata la richiesta!). Athleta punta comunque tutto sulla fotografia, ma non è “solo” un progetto fotografico, e i testi sono in inglese e in italiano.

Raffinato, contemporaneo, interessante, forse pecca leggermente proprio nella resa delle immagini, che pur ben riprodotte con eleganza sulla carta super opaca – scelta ormai obbligata nell’editoria indie (chissà quando qualcuno sarà così coraggioso da riscoprire e riproporre quella lucida?) – sembrano avere lasciato dietro alle spalle una piccola percentuale di colore che avrebbe dato, secondo noi, più valore all’intero prodotto.

Athleta si compra direttamente sul sito al prezzo di 19 euro + spese postali (per l’Italia, 5.40, arriva in una settimana abbondante). Aiutiamo l’editoria indipendente italiana, ne abbiamo bisogno tutti 

Wired, il tramonto dell’era Dadich/Sorrentino

Wired - the sci-fi issue

Il numero di gennaio 2017 di Wired (edizione americana) è speciale, di quelli da collezionare, per più di una ragione.

Partiamo dalla copertina: l’illustrazione è dell’onnipresente (editorialmente parlando) Christoph Niemann, che da subito ci introduce ad un Wired diverso, in cui persino la testata è troncata, quasi fagocitata dall’abisso in cui anche i personaggi – madre e figlia? – stanno per cadere. E’ il “sci-fi issue“, un numero di Wired interamente dedicato alla fantascienza e, fin qui, potrebbe essere ancora un numero qualunque. Se non fosse che, avventurandosi nella lettura, si scopre che non ci sono articoli e recensioni, come al solito, bensì ogni pagina è pura finzione, un’opera di narrativa, contraddicendo quello che è uno dei punti fermi del fare giornalismo (o che dovrebbe essere tale, cioè dire la verità). In più, è il primo numero di Wired completamente illustrato (non ci sono fotografie), rendendo così omaggio alla forma artistica che meglio può interpretare un’opera di fantasia.

The Modern Magazine 2016

Sono le 9 del mattino del 27 ottobre e, dopo qualche fermata di tube, arrivo alla Central Saint Martins, dove, per il quarto anno consecutivo, si svolge The Modern Magazine. C’è già una piccola coda di persone che danno il proprio nome e – questa è una delle novità di questa edizione – anche il proprio indirizzo per ricevere la rivista che il team di Magculture realizzerà come sintesi dell’evento.

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Ad accogliermi, oltre a qualche installazione degli studenti della scuola (“CSM”, come la abbreviano qui), il consueto MagCulture shop in versione “mobile”, accompagnato da un espositore di riviste stampate da uno dei partner dell’evento, Park. Si possono sfogliare ed acquistare i magazine di cui si parlerà durante la giornata, oltre a vari altri titoli prettamente “indie”: da NANG Magazine a Mushpit, da The Outpost a Delayed Gratification.

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I saluti e benvenuti di rito sono di Cath Caldwell che insegna alla CSM (ed è autrice di un ottimo manuale di grafica editoriale, “Editorial Design: Digital and Print“), e di Jeremy Leslie, creatore dell’evento e di MagCulture. Ci tiene a dire – come ormai da un po’ di eventi a questa parte – che non ha più molto senso contrapporre editoria indipendente ed editoria mainstream, preferisce parlare di “small” e “big”: piccole pubblicazioni che hanno il potenziale di diventare più grandi e, contemporaneamente, grandi pubblicazioni che rischiano di diventare più piccole (o estinguersi, aggiungerei).

L’introduzione è davvero breve e si passa subito all’incalzante susseguirsi di ospiti.

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